La Storia ha le mani sporche: da To Cook a Bear a Inferno 1861
Quando il racconto storico rinuncia all’eleganza del passato e usa la brutalità per raccontare il presente.
C’è qualcosa di irresistibilmente affascinante nelle storie che ci restituiscono un passato sporco, violento, contraddittorio, popolato da personaggi che sembrano non essersi lavati da mesi, che convivono con il fango, con gli animali, con la malattia e con la morte.
È un passato lontanissimo dalle ricostruzioni eleganti e rassicuranti alle quali cinema e televisione ci hanno abituato. Un mondo in cui la civiltà appare come una vernice sottilissima, sotto la quale si agitano superstizione, sopraffazione e istinti primordiali.
È il mondo di To Cook a Bear, la serie svedese disponibile su Disney+, che abbiamo particolarmente amato e che ci offre l’occasione per riflettere su un modo di raccontare la Storia che attraversa anche altre opere, come Taboo e American Primeval, e che appartiene alla stessa sensibilità narrativa con cui è nato il nostro fumetto Inferno 1861.
To Cook a Bear: l’orso è davvero il mostro?
Svezia settentrionale, 1852. Nel villaggio di Kengis arriva il pastore Lars Levi Læstadius, interpretato da Gustaf Skarsgård. Quando il corpo di una giovane donna viene ritrovato in una palude, gli abitanti attribuiscono la responsabilità a un orso. Ma il pastore, affiancato dal giovane sámi Jussi, sospetta che dietro quella morte si nasconda qualcosa di molto più umano.
La serie, composta da sei episodi e diretta da Trygve Allister Diesen, è tratta dal romanzo Koka björn di Mikael Niemi, pubblicato in Italia da Iperborea con il titolo Cucinare un orso.
La vicenda assume presto i contorni di un’indagine criminale, ma il vero protagonista è il tessuto sociale della comunità: i rapporti tra ricchi e poveri, la discriminazione delle popolazioni sámi, il potere delle autorità, la religione, l’ignoranza e la paura.
L’orso diventa così qualcosa di più di una possibile minaccia. È il mostro che la comunità preferisce immaginare fuori da sé, pur di non riconoscere la violenza che si annida al proprio interno.
Ed è proprio questo l’aspetto più interessante della serie: il male non arriva necessariamente dalla foresta, ma dalle relazioni sociali, dalle gerarchie e dalle forme di potere che regolano la vita degli uomini.
Un Ottocento che si può quasi annusare
La prima cosa che colpisce di To Cook a Bear è la sua fisicità.
I volti sono segnati, arrossati, incrostati. I vestiti sembrano impregnati di sudore e terra. I personaggi vivono in ambienti angusti, tra fumo, legno, fango e animali. La natura è bellissima, ma è anche una presenza ostile e indifferente.
È come se la serie volesse ricordarci continuamente che abitare il passato significava prima di tutto abitarlo con il corpo.
Naturalmente, l’idea che nell’Ottocento tutti facessero un bagno all’anno è una semplificazione. Le pratiche igieniche variavano enormemente secondo luoghi, condizioni economiche e abitudini. Ci si lavava anche senza possedere un bagno moderno.
Ma qui interessa soprattutto la scelta espressiva. Non è necessario che ogni macchia sul volto sia storicamente documentabile: lo sporco diventa un linguaggio narrativo, un modo per rendere visibili la fatica, la povertà e la durezza delle condizioni materiali.
È curioso che proprio questo aspetto abbia suscitato discussioni tra gli spettatori. Su Reddit, nel gruppo dedicato ai drammi storici, alcuni hanno apprezzato la crudezza dell’ambientazione, mentre altri hanno trovato quasi comicamente eccessiva la sporcizia dei personaggi, osservando che persino dopo essersi lavati sembrano rimanere altrettanto sudici.
Un’obiezione interessante, perché ci ricorda che il realismo cinematografico non coincide necessariamente con l’accuratezza storica.
In un’intervista, lo stesso Gustaf Skarsgård ha parlato di una realtà volutamente accentuata, costruita attraverso trucco, costumi e silhouette molto caratterizzate.
E il regista Diesen ha spiegato di aver affrontato la storia come un western, nonostante la sua struttura da giallo.
Una definizione illuminante: To Cook a Bear è, in fondo, un western nordico, una storia di frontiera nella quale la legge, la religione e la civiltà devono ancora misurarsi con la violenza degli uomini.
Un pastore, un botanico e una lingua da riscoprire
La serie contiene anche alcune curiosità che raccontano quanto lavoro ci sia dietro la sua identità.
Lars Levi Læstadius non è un personaggio inventato. Vissuto tra il 1800 e il 1861, fu realmente un pastore luterano, botanico e studioso delle culture del Nord, fondatore del movimento religioso che porta il suo nome.
Nella narrazione, questa combinazione tra fede e osservazione scientifica diventa fondamentale: il sacerdote cerca indizi materiali e mette in discussione le spiegazioni più comode.
La produzione è stata girata in oltre quaranta ambientazioni tra Svezia e Finlandia. Gli attori Emil Karlsen e Tyra Wingren hanno inoltre lavorato sul meänkieli, lingua minoritaria della regione di Tornedalen.
Non è soltanto una questione di autenticità linguistica. Significa restituire voce a culture periferiche che molto spesso sono state raccontate esclusivamente dal punto di vista delle maggioranze dominanti.
Ed è forse qui che la serie rivela una sensibilità particolarmente vicina a quella delle produzioni indipendenti: non perché lo sia economicamente, trattandosi di una produzione Disney+, ma per la scelta di mettere al centro personaggi marginali, contraddizioni sociali e una storia locale capace di parlare a un pubblico internazionale.
Taboo e American Primeval: la civiltà come maschera
Questo approccio non nasce con To Cook a Bear.
Nel 2017, Taboo, creata da Steven Knight insieme a Tom Hardy e Chips Hardy, ci aveva portato nella Londra del 1814. Una città di commerci, imperi e grandi fortune economiche, ma anche di bordelli, povertà, corruzione e violenza.
Il protagonista James Delaney, interpretato da Tom Hardy, attraversa una società apparentemente civilizzata nella quale le grandi istituzioni e le compagnie commerciali possono rivelarsi molto più spietate degli individui considerati selvaggi.
Anche qui l’aspetto materiale del mondo è fondamentale. La Londra di Taboo è un organismo malato: i suoi vicoli, le sue acque sporche, i suoi interni soffocanti raccontano una società in cui rispettabilità e brutalità convivono perfettamente.
Più recentemente, American Primeval, miniserie Netflix del 2025 diretta da Peter Berg, ha portato questo linguaggio nell’Ovest americano del 1857.
Il racconto si intreccia con gli eventi della guerra dello Utah e del massacro di Mountain Meadows, mettendo in scena il conflitto tra coloni, popolazioni native, autorità federali e comunità religiose.
Anche qui il passato è brutale, sporco, fisicamente estenuante. Il mito romantico della frontiera americana viene sostituito da un paesaggio di sopraffazione, fanatismo e interessi contrapposti.
La produzione ha coinvolto consulenti storici e rappresentanti delle culture indigene per ricostruire ambienti, costumi e tradizioni. Questo non significa che ogni evento rappresentato sia storicamente accurato: la serie rimane una drammatizzazione che si prende notevoli libertà narrative.
Ed è interessante osservare come proprio la sua violenza abbia diviso la critica e il pubblico. Per alcuni restituisce la brutalità nascosta dalla mitologia del West; per altri l’accumulo di atrocità rischia di trasformarsi in uno spettacolo fine a se stesso.
È una distinzione importante: la brutalità funziona quando svela qualcosa della società, non quando diventa soltanto un modo per impressionare lo spettatore.
Inferno 1861: i demoni del Risorgimento
Questo stesso interesse per il lato oscuro della Storia è alla base di Inferno 1861, il romanzo grafico che ho scritto e disegnato e che oggi è possibile leggere sul sito del collettivo Banda Gialla.
L’ambientazione è quella dell’Italia risorgimentale e postunitaria, attraversata dalle ferite dell’unificazione, dalla guerra al brigantaggio, dalle contraddizioni di classe e dalla violenza di un Paese che cerca di costruire la propria identità nazionale.
Al centro della vicenda c’è il conte Tolomei, un aristocratico toscano coinvolto in una storia di misteri, fantasmi e demoni che riemergono insieme ai ricordi delle guerre e delle atrocità del passato.
Anche in questo caso l’elemento fantastico e orrorifico non serve semplicemente a rendere più avventurosa la vicenda.
Il demone diventa una rappresentazione grottesca di qualcosa che esiste già nella Storia: la violenza, la colpa, l’ipocrisia, la capacità degli uomini di giustificare le proprie atrocità attraverso ideali, istituzioni e convinzioni morali.
La scelta di raccontare il Risorgimento attraverso l’horror nasce proprio dalla volontà di allontanarsi da un’immagine monumentale e celebrativa del passato.
Dietro le uniformi, le bandiere e i grandi progetti politici ci sono corpi, paure, interessi, passioni e sofferenze. C’è una società che si trasforma e che, nel farlo, produce anche le proprie mostruosità.
Sono contesti storici molto diversi, naturalmente. Ma tra la Svezia rurale di To Cook a Bear, la Londra imperiale di Taboo, la frontiera americana di American Primeval e l’Italia di Inferno 1861 esiste una parentela narrativa.
Tutte queste storie cercano di incrinare l’immagine rassicurante che abbiamo costruito del passato.
E tutte, in modi differenti, ci invitano a osservare ciò che una società preferisce nascondere di sé.
Il passato come specchio grottesco del presente
Forse è questo il motivo per cui questo tipo di narrazione ci affascina tanto.
Non si tratta semplicemente di vedere quanto fosse dura la vita duecento anni fa, né di compiacersi della violenza o della sporcizia.
Si tratta di usare il passato come uno specchio deformante del presente.
L’ambientazione storica permette di esasperare situazioni che riconosciamo perfettamente anche oggi: il bisogno di trovare un capro espiatorio, la paura del diverso, l’autoritarismo, la manipolazione della verità, l’utilizzo della religione o della morale per conservare il potere.
Il grottesco rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto.
E forse proprio perché quei personaggi ci appaiono così lontani, così sporchi, brutali e superstiziosi, finiamo per riconoscere con maggiore chiarezza quanto ci assomiglino.
È un linguaggio che il fumetto conosce benissimo. La caricatura, la deformazione, il mostruoso e l’esagerazione sono strumenti attraverso i quali gli autori possono raccontare la realtà senza limitarsi a riprodurla.
La Storia, in queste opere, non è un museo da visitare. È un organismo vivo, contraddittorio, spesso mostruoso.
E i suoi mostri, molto più spesso di quanto vorremmo ammettere, continuano ad assomigliarci.
Per questo consigliamo To Cook a Bear: non soltanto come un ottimo thriller storico, ma come un esempio di quella narrazione coraggiosa, fisica e autoriale che ci piace cercare e raccontare sulle pagine di Indie House.
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